Aylan, un anno dopo non è cambiato nulla


ay2di Stefano pasta

Un anno fa, il 2 settembre 2015, la foto del bambino annegato ritrovato sulla spiaggia turca di Bodrum faceva il giro del pianeta, provocando commozione e sdegno. Ci si affrettò a ricostruire la sua storia: si chiamava Aylan Kurdi, aveva 3 anni, era un curdo di Kobane, la città simbolo della resistenza in Siria all’Isis. Era morto insieme al fratellino Galip, 5 anni, alla madre Rehan, e ad altre nove persone mentre la barca con la quale cercavano di arrivare in Grecia era affondata vicino all’isola di Kos. Aylan non doveva morire così. Ma, in fondo, era purtroppo uno tra tanti: dal 2000 al 2015 erano stati almeno 25mila i morti nel Cimitero Mediterraneo.

 Eppure, la foto sulla spiaggia di Bodrum provocò una forte emozione, che per un momento interruppe anche il flusso di stoltezze aggressive e razziste dei populisti dei vari paesi. Un silenzio rispettoso, un’esitazione, come quello dei monatti manzoniani davanti alla bambina Cecilia morta di peste nei Promessi sposi. Dobbiamo a Primo Levi l’aver teorizzato la nostra incapacità di «pietà per molti», quando ad Auschwitz narra della squadra addetta alle camere a gas, abituata a dare la morte a migliaia di persone ogni giorno, che si trova ad un tratto a voler salvare una sola ragazza miracolosamente scampata al gas. Ai monatti, alla Squadra speciale e a tutti noi, spiegava, «non resta, nel migliore dei casi, che la pietà saltuaria indirizzata al singolo».

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