Più cibo che appetito


Non potrai mai consumare al di là del tuo appetito. Metà del tuo pane appartiene a un’altra persona e dovresti conservarne un pezzo per l’ospite inatteso. La tovaglia pulita, un servizio di stoviglie migliore, cibi più curati e un velo di serenità su tutti: è un po’ questa la sigla del pranzo domenicale nelle nostre case. Ci siamo seduti a tavola, forse si è anche recitata una breve preghiera e si è pronti a un rito che purtroppo sta un po’ impallidendo in una società del consumo immediato e del televisore acceso. Quello, infatti, sarebbe il momento per ricordare, soprattutto ai cristiani, questo suggerimento di un poeta libanese, vissuto a lungo in America, e divenuto popolare anche da noi per un suo libro, Il profeta. È Kahlil Gibran (1883-1931) che ci ripete l’antica lezione della carità fraterna, a partire dalla voce dei profeti i quali ricordavano che il vero culto rivolto a Dio deve consistere innanzitutto nel «dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, i senzatetto, e vestire uno che vedi nudo» (Isaia 58,7). È quella che gli Atti degli Apostoli chiamano la koinonía, cioè la comunione che non è solo quella del corpo e sangue di Cristo nella liturgia, ma è anche la comunanza dei beni coi bisognosi, tant’è vero che agápe, in greco «amore», indicava anche quel banchetto fraterno durante il quale eucaristia e solidarietà s’intrecciavano tra loro (si legga il severo monito paolino in 1 Corinzi 11,17-34). Più “laicamente” ripensiamo alle parole delle Massime e pensieri del settecentesco Nicolas de Chamfort: «La società si divide in due classi: quelli che hanno più cibo che appetito e quelli che hanno più appetito che cibo». Non per nulla per i primi il problema è la dieta, mentre per gli altri è la fame.

Gianfranco Ravasi

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