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Archive for ottobre 2011

Santi, poeti, naviganti, evasori e badanti, Enrico Vaime a Frosinone


L’Associazione culturale Interattiv@Mente, con il patrocinio del Comune di Frosinone e, in particolare, dell’Assessorato alla cultura, spettacolo, sport e tempo libero, è lieta di invitarvi – sabato 5 novembre, ore 17:00, presso la Villa Comunale di Frosinone (sala conferenze) – all’incontro con l’autore Enrico Vaime che presenterà i suoi ultimi due libri: “Santi, poeti, naviganti, evasori e badanti” e “Era ormai domani, QUASI”. Enrico Vaime è autore radiotelevisivo e teatrale, scrittore e presentatore. Ha collaborato alla stesura di numerosi programmi di successo quali Quelli della Domenica, Canzonissima, Tante scuse e Risatissima. Ha scritto fiction e numerosi musical tea. Attualmente conduce su La7 la rubrica “Trafficando” (Omnibus) e “Anni Luce”.
L’evento sarà presentato dal Prof. Tommaso Polidoro (giornalista e conduttore), con la gradita partecipazione dell’Assessore alla cultura del capoluogo, il Dott. Angelo Pizzutelli.
Nelle altre sale della Villa Comunale sarà allestita una mostra a cura dell'”Associazione Fotografica Frosinone ONLUS”.

 

Le avventure di un veterinario: Goffredo Bianchi e il suo diario dopo l’8 settembre


Il  “ Diario riassuntivo dall’armistizio alla liberazione “, scritto dal dottor Goffredo Bianchi, capitano veterinario, nato ad Arpino e per oltre venti anni presente e attivo a Ceccano, mi è stato messo a disposizione dal figlio Emilio. Con lui  ho condiviso negli anni immediatamente dopo la guerra, giochi,  gioie e spensieratezza. Da piccolissimi eravamo inseparabili e già dall’età di quattro anni avevamo due luoghi dove giocare: il piccolo slargo su via Villanza, dove abitavamo e la sua camera dei giochi. Ambedue gli spazi ci apparivano grandi e preziosi. Se la camera dei giochi, sicuramente per responsabilità nostra, era caotica e disordinata, lo studio del dott. Bianchi era invece sempre ordinato e silenzioso tanto da incutermi rispetto e timore. Dalla biblioteca, presente in questa stanza, Emilio  mi mise a disposizione il primo libro che lessi con avidità “ Il giornalino di  Gian Burrasca “. Successivamente ebbi l’opportunità di conoscere Salgari, Verne e London con i loro eroi avventurosi.

Il capitano Goffredo Bianchi, veterinario

Leggere queste pagine di diario per me ha significato ripercorrere  un lungo periodo della vita, ritrovare persone care ed episodi che avevo dimenticato. Tale possibilità è avvenuta perchè  Emilio ha gelosamente conservato per oltre sessantacinque anni le pagine scritte dal padre durante la prigionia e quando gli ho chiesto di raccontarmi qualcosa su questo periodo cosi drammatico e per lunghi tratti sconosciuto, senza tentennamenti mi è venuto incontro facendomi leggere tale eccezionale documento storico. Per anni i drammi e le tragedie della guerra sono stati tenuti nascosti pubblicamente  e ricordati solo all’interno delle famiglie. Raramente è stata cercata una condivisione. I lutti, il sangue, la fame e la povertà erano  stati rimossi come se questi avessero rappresentato una colpa.

Non è  una coincidenza se  questo diario viene fatto conoscere nello stesso momento in cui si possono leggere  memorie, scritti e lettere di tanti internati, raccolti nell’interessantissimo libro scritto da Avigliana e Palmieri titolato “ Gli internati militari  italiani “, presentato in questi giorni a Ceccano. Ambedue le circostanze sicuramente rappresentano un nuovo aspetto  dell’impegno nella ricerca e negli approfondimenti di vicende storiche  recenti. Le vicende descritte dal dott Bianchi si ricollegano direttamente con quelle dei settecentomila militari che preferirono rischiare la vita nei campi nazisti in Polonia ed in Germania per non aderire al Governo di Salò, creato da Hitler e Mussolini. E’ significativo che egli, dopo l’otto settembre,scriva “Tutti respingiamo la via della viltà e del disonore: le armi i tedeschi vengano a prendersele!“

Leggendo il diario, due aspetti  mi hanno profondamente colpito: il primo, rappresentato dalla lunga ed estenuante via crucis vissuta fra  fughe, ritirate e trasferimenti coatti. In tutto vengono indicate venti tappe e l’attraversamento di 11 Stati nazionali. Per il dottor Bianchi non esiste mai riposo: viaggi, fame, pidocchi e mortificazioni subìte ogni qualvolta respingeva le lusinghe ed i privilegi offerti per passare con i repubblichini di Salò. Le tante e lunghe distanze percorse, le tappe di tale calvario sono state evidenziate con professionalità e pazienza da Francesco Giglietti  permettendo così all’attento lettore di comprendere meglio il dolore, la sofferenza e le inevitabili angosce a cui Bianchi fu sottoposto. Lo scritto è senza enfasi e retorica, sintetico ed essenziale; mai appare sconforto o cedimento; il ricordo della moglie Maria, ora prossima ai cento anni, e del figlio Emilio gli creano tristezza e malinconia ma in lui è presente una forza, questa sì inesauribile, che non lo abbandonerà mai:il pensiero costante di una prossima liberazione. L’altro aspetto che mi ha colpito riguarda il fatto che mentre tutti i militari italiani, nei giorni successivi l’armistizio, vengono fatti prigionieri, Bianchi ed i suoi commilitoni non si arrendono ai tedeschi, si muovono dal Montenegro, attraversano la Croazia, arrivando fino in Slovenia. Meritano una attenta ed approfondita riflessione queste righe drammatiche e commoventi:“ Abbandoniamo tutti gli automezzi dopo averli distrutti, il materiale più pesante, il bagaglio inutile: sono costretto ad abbandonare la cassetta con la mia roba personale. Ci gettiamo allo sbaraglio, incontro all’ignoto. Ci sorregge ancora un filo di speranza. Urtiamo duramente contro il nemico; perdiamo uomini, armi, viveri. I reparti sono spezzettati, perdiamo il collegamento con il comando, siamo circondati, i tedeschi incalzano: cadiamo nelle loro mani il pomeriggio del 7 ottobre “. Per 30 giorni, dunque  500 soldati e 19 ufficiali della Taurinense si muovono ancora, combattono indomiti: una eroica vicenda non solo da ricordare ma da conoscere meglio.

Angelino Loffredi

24 Ottobre 2011

Qui il testo del diario

diario_riassuntivo_dall’armistizio_alla_liberazione_1

Aiutiamo i giovani dell’Università Salesiana


Molti degli iscritti all’Università  Salesiana provengono da Paesi molto poveri: riuscire a sopravvivere a Roma per il tempo necessario a laurearsi (da tre/cinque anni) è spesso per loro una sfida impossibile. L’Università promuove Borse di studio presso Enti italiani ed esteri e cerca di rispondere alla forte domanda esistente attraverso la collaborazione dei suoi unici finanziatori, ovvero gli ex allievi e gli Amici dell’UPS. I fondi raccolti vengono distribuiti tra gli studenti secondo la necessità, ma purtroppo non raggiungono tutti i bisognosi e i meritevoli. 

È possibile realizzare un investimento davvero fruttuoso su questi giovani motivati. Una borsa di studio annuale ha un costo di circa 10.000 euro. Si può partecipare anche con sussidi parziali. Dona ora!

Per ulteriori informazioni:
Direttore Ufficio Sviluppo – Associazione Pro Universitate DON BOSCO onlus
Piazza dell’Ateneo Salesiano, 1 – 00139 Roma
Tel +39 06 87290272 – fax +39 06 87290682 – email: prouniversitatedonbosco@unisal.it

Altre info www.formaiformatori.it

 

 

Dove vanno i morti? A Praga abitano il cuore della città


Tutti ci domandiamo, appena la coscienza si accende in noi: dove va chi muore? Dove vanno i morti? Ogni civiltà cerca la risposta, fin dai tempi più antichi. Si fanno guerre, si compiono eccidi, genocidi, olocausti, si sono eretti roghi, patiboli, contro chi non la pensava e non la pensa come noi a questo proposito. Il terribile muro tra vivi e morti, il muro invalicabile, diventa anche il muro tra vivi e vivi. I morti, i vincoli che ci legano a essi ci accompagnano per tutta la vita. Appaiono nei nostri sogni, nei nostri pensieri, nelle nostre angosce e nella nostra memoria. In molti luoghi della terra abitata si conservano i loro resti, le ossa, i denti, i capelli. In molti luoghi tutto questo si brucia, si lascia divorare dalle bestie, liquefare sotto il cielo. Gran parte delle civiltà del mondo occidentale conserva i corpi dei morti. I morti convivono con noi. A loro è riservato uno spazio speciale nelle nostre città: i cimiteri. Le città dei morti. Alcune sono mete di pellegrinaggi, altre sono note per la bellezza dei monumenti eretti all’interno, altre per i verdi prati, per i viali lungo i quali svettano cipressi, ippocastani, alberi d’altro tipo o corrono siepi. I vivi convivono con i morti. Anche dentro il proprio corpo, nel proprio assetto genetico. Si inviano ultimamente anche nello spazio. Ai morti ci rivolgiamo per aiuto nei momenti di necessità o di disperazione, o con la preghiera di far esaudire desideri particolari. E, nelle leggende e nei miti, dalle loro file facciamo sorgere esseri artificiali, come il Golem, la statua di argilla, che un rabbino di Praga, il rabbino Loewe, nel Cinquecento, avrebbe destato a vita inserendo nella fronte la parola emet, “verità”.Una delle “città dei morti”, uno dei cimiteri più famosi del mondo è proprio il Cimitero ebraico vecchio di Praga, lo Stary Zidovski Hrbitov. Rispetto ad altri cimiteri non è vecchissimo, in realtà. È lì dove sta, vicino alla Sinagoga vecchia nuova, a Praga, da appena cinquecento anni. I morti che ci “abitano”, sono più di centomila. In certi punti le tombe sovrapposte verso la profondità sono a nove piani. Gli ebrei non celebrano i morti lo stesso giorno in cui lo fanno i cristiani, il 2 novembre. Eppure per chi conosce quel posto, durante il giorno dei Morti, il pensiero corre lì. In pochi luoghi come in quel cimitero si sente, nella propria anima, la voce, il coro di chi ci ha preceduti sulla terra ed è poi scomparso. Le vecchie pietre infitte nella terra disordinatamente, l’oscurità del luogo le tristi fronde degli alberi suggeriscono l’idea dell’abbandono, ma anche della caparbia, irresistibile presenza di chi sta lì, e fa tutt’uno con la società dei viventi.

Praga è una delle città elette per sede da coloro che danno credito e vivono all’ombra delle cosiddette scienze occulte, coloro che nei secoli passati hanno praticato la magia nera, che vedono tutto l’Universo governato da forze misteriose avvicinabili dagli adepti per mezzo di rituali e cerimonie. Rodolfo II, l’Imperatore austriaco del sacro Romano Impero , dal 1583 al 1612 aveva eletto per sua sede proprio quella città, radunandovi una corte di scienziati, studiosi, maghi, e un gran numero di ciarlatani. Ma anche di artisti italiani come l’Arcimboldo, il pittore di ritratti composti accostando figure di frutti e verdure che formano tratti dai volti umani. Anche il grande astronomo e matematico, Johannes Kepler (in italiano Giovanni Keplero) apparteneva a quella corte. Il Cimitero ebraico vecchio di Praga è sorto in questa atmosfera e ne rappresenta  tuttora lo spirito. Ancora oggi i visitatori infilano nelle fessure della tomba del rabbino Loewe bigliettini contenenti speciali richieste di miracoli o benefici.

Ma è questo il mondo dei morti di cui noi custodiamo la memoria? Che la nostra civiltà occidentale venera e rispetta? Un mondo di terrore e di paure? Sinistramente misterioso? Il culto dei morti, fin dalla più remota antichità, in alcune parti del mondo oltre a esprimere affetto e riconoscenza, è volto ad esorcizzare il terrore di fronte al cessare dell’io, alla sparizione, in noi, da noi, della coscienza di esistere, di fronte alla morte. Molte religioni della terra sono basate su questi culti, sulla ferma, sincera devota credenza in una continuazione della vita dopo la morte, e anche nella possibilità, anzi, la costrizione di tornare a soffrire sulla terra, per correggerci, fino alla perfezione che ci concede di estinguerci finalmente e riunirci all’Infinito Spirito Universale. Anche l’ebraismo ammette la metempsicosi.

Oltre al Cimitero ebraico vecchio di Praga, ne esiste anche uno nuovo, la cui fondazione risale a tempi molto più recenti: si trova appena fuori città, oltre un’ampia fermata della metropolitana. In quel cimitero è seppellito uno degli scrittori più geniali mai esistiti, Franz Kafka, dagli ebrei di Praga considerato un grande saggio. Anche questo immenso personaggio è come se appartenesse alle ombre del vecchio cimitero, ne ripete le leggende, i miti. La sua tomba è semplice. Anche i suoi familiari sono seppelliti lì. Le tre sorelle di lui, Elli, Walli e Ottla hanno invece un loro cippo commemorativo poco lontano dalle tombe. Le tre donne sono state uccise tutte e tre dai nazisti tedeschi. Purtroppo quel vecchio cimitero, che ora dà anche il titolo all’ultimo romanzo di Umberto Eco, non è simbolo soltanto di un’antica e complessa tradizione religiosa, ma anche di un’antica, terribile , plurimillenaria sofferenza, quella del popolo ebraico. Il libro di Eco proietta quel cimitero al centro di intrighi e odii internazionali, giocandoci con abilità, sul filo del rasoio, ma quella sofferenza, quella discriminazione maledetta e malvagia, rivolta anche verso altri gruppi umani, come i rom, non è ancora terminata. Si ridesta di tanto in tanto nel cuore del nostro continente che oltre a questi sentimenti e moti dell’animo ha dato pure inizio a due terribili massacri, i peggiori di tutti i tempi: le due guerre mondiali. Quella mesta, misteriosa città dei morti che si trova a Praga stringe il cuore. Poco lontano, sul Ponte Carlo c’è un crocefisso al cui basamento c’è l’antica scritta messa lì per avvertirci che quel crocefisso è stato eretto con il Judengeld, con il “denaro giudeo”, cioè di gente che paga la tassa per essere nata. Per essere nata in un determinato popolo. Ma così almeno siamo avvertiti del veleno mortale che può rappresentare il denaro, al posto di funzionare come semplice e pacifico mezzo di scambio tra gli esseri umani.

Giorgio Pressburger

Il mestiere di vivere


La vita non è né brutta né bella, ma è originale… A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Zeno Cosini ha deciso: non fumerò più. Per raggiungere lo scopo, si affida all’emergente nuova scienza, la psicoanalisi. La ricetta è presto data: appuntare sulla carta gli episodi salienti della propria esistenza, a partire dalla penosa morte del padre, per proseguire con la gelosia nei confronti dell’amico, col matrimonio malriuscito, il suicidio dell’amico, una stanca relazione extraconiugale e così via. È facile capire che a questo punto più che guarire dal vizio del fumo, Zeno detesta il vizio di vivere. Sì, la vita è una malattia inguaribile. Originale, certo, ma insopportabile: sarà forse un’esplosione nucleare – vagheggiata nel finale della storia – a generare una diversa umanità? Abbiamo proposto la trama di uno dei più significativi romanzi del Novecento, La coscienza di Zeno (1923), di Italo Svevo, per un invito un po’ particolare. Proviamo, in un piccolo spazio di silenzio ritagliato nella giornata domenicale, a interrogarci sulla nostra concezione della vita. Certo, quello offerto da Svevo è un folgorante ritratto della visione dominante anche (e soprattutto) ai nostri giorni. Molti trascinano la loro esistenza, facendone sgocciolare ore e giorni nella convinzione che essi non portino con sé un significato. Ci si aggrappa, allora, a qualche piacere, a un sorso di ebbrezza, a stravaganze che eccitino la monotonia. Eppure, se è vero che la vita terrena è mortale, con buona pace delle fanfaluche di chi la immagina sempiterna col progresso della medicina, è però altrettanto vero che essa è «originale». Ognuno ha la «sua» vita e può edificarla in modo creativo e fruttuoso, raccogliendo il motto di un grande della cultura occidentale, Montaigne: «Il mio mestiere e la mia arte è vivere».

Gianfranco Ravasi

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Festa del ciao dell’Acr, le foto


La sequela nasce da un atto di fiducia che Dio ha nei confronti dell’uomo. Egli si fida, lui per primo, di noi, si comunica, si consegna a chi lo ascolta e lo cerca, il Creatore si affida alla creatura.

In questo anno,  i ragazzi  dell’Acr sono invitati a guardare la loro storia di piccoli discepoli alla sequela del Maestro per riconoscere i segni della sua presenza discreta e amorevole.

La scelta dell’ambientazione dell’Iniziativa Annuale per il 2011-2012 è strettamente legata alla categoria e al brano biblico dell’anno. LA MONTAGNA, infatti, ci rimanda alla categoria della sequela e al cammino che ogni giorno siamo chiamati a compiere sui passi del Signore Gesù.

Qui le foto della Festa del Ciao 2011 le-foto-della-festa-del-ciao

Per la pace, anche Frosinone in preghiera


Si è svolta venerdì sera, nella chiesa di San Paolo Apostolo in Frosinone, la preghiera ecumenica organizzata dalla Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino in occasione 25° anniversario della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace, promossa da Giovanni Paolo II nell’ottobre del 1986. A 25 anni di distanza da quello storico giorno, Benedetto XVI è stato nuovamente ad Assisi al fianco di tanti uomini di religione: tra gli invitati c’era anche il nostro vescovo Mons. Spreafico, che già fu presente nel 1986, e che ha voluto proporre anche alla nostra Diocesi un gesto simile, proprio in questa circostanza. Nella chiesa del quartiere Cavoni si sono ritrovate le diverse denominazioni cristiane presenti in Diocesi e, con le rispettive comunità, hanno risposto all’invito del Vescovo Spreafico il parroco della chiesa ortodossa romena di Frosinone, padre Ciprian Baltag, il pastore della chiesa Evangelica Valdese di Ferentino, Hiltrud Stahlberger-Vogel, il nuovo pastore della chiesa Evangelica Battista di Sant’Angelo in Villa a Veroli, Lino Gabbiano.
Ma non a caso è stato scelto come giorno di questa preghiera per la pace un venerdì: infatti la comunità Islamica di Frosinone che si riunisce il venerdì in preghiera nella piccola moschea della città, guidata dal suo Iman al termine del rito si è recata al quartiere Cavoni, dove è stata accolta dalla nostra Caritas Diocesana e al termine della preghiera dei cristiani ha avuto luogo, in piazza, un incontro con il vescovo Spreafico e con i fedeli presenti per un gesto di amicizia e di pace.
Oggi, come in quel lontano 1986 c’è bisogno che i credenti invochino la pace e si uniscano insieme agli uomini di buona volontà per un futuro di pace e convivenza in un tempo ancora segnato dalla guerra e da una violenza diffusa anche nel nostro paese. Per questo, siamo contenti che anche a Frosinone soffi lo Spirito di Assisi.

Qui il testo dell’intervento di mons. Spreafico : Riflessioni sullo Spirito di Assisi

e una galleria di foto insieme-per-la-pace-2011.html

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