Archive

Archive for agosto 2010

Ad Avignone, la delegazione di Ceccano

26 agosto 2010 2 commenti

Quantcast

//Una delegazione del Comune di Ceccano ad Avignone: è la prima volta che accade da quando, nel 1994, il Liceo di Ceccano intraprese un cammino di relazioni con la città dei papi. Da allora infatti, il Liceo scientifico di Ceccano organizza ogni anno una visita guidata ad Avignone, con oltre 100 allievi per volta, sui passi di Annibaldo IV de Ceccano che ad Avignone ha dato lo splendido palazzo, la sua Livrée, attualmente sede della Médiathèque. Questo significa che almeno 1600 giovani di Ceccano hanno  visitato Avignone e ne hanno potuto apprezzare il grande patrimonio storico culturale

Anche nel prossimo mese di ottobre, si rinnoverà questa che è diventata una tradizione nelle attività del Liceo di Ceccano.

Annibaldo IV de Ceccano è stato uno dei grandi protagonisti  della storia dell’Europa del sec. XIV, anticipando le grandi idee dell’Umanesimo, sostenendo artisti e poeti, promuovendo la pace, nel terribile periodo della Guerra dei cent’anni. A Ceccano c’è il luogo natale di Annibaldo, il Castello dei Conti di Ceccano che domina tutto il territorio di campagna. Al tempo di Annibaldo, la Contea dei de Ceccano svolgeva un ruolo fondamentale  nella storia di quegli anni, partecipando attivamente allo scontro  tra le grandi autorità dell’epoca. Ceccanesi furono i 300 cavalieri che sostennero Guglielmo di Nogaret, inviato ad Anagni da Filippo il Bello ad assalire Bonifacio VIII, lo schiaffo…

Il Castello dei Conti è oggi in avanzato stato di restauro e sta per essere aperto al pubblico e diventare sede di promozione di grandi eventi culturali.

Per queste ragioni, la visita della delegazione del comune di Ceccano, guidata dal vicesindaco Nicolino Ciotoli, ed organizzata da un gruppo di cittadini intenzionati a promuovere la conoscenza della storia di Ceccano, assume un valore particolare  per allacciare delle relazioni culturali stabili fra le due città, sempre nel nome di Annibaldo de Ceccano, per incrementare la reciproca conoscenza, favorire gli scambi, intensificare i rapporti tra i nostri territori, da sempre uniti dalla storia.

E per il Liceo di Ceccano è motivo di grande soddisfazione aver aperto la strada grazie alle visite ad Avignone e al corteo storico che si svolge nel mese di giugno

Carlo Croccolo fa da paciere

23 agosto 2010 1 commento

Un Carlo Croccolo in gran forma venerdì 20 agosto  sera, in piazza a Ceccano. E pronto a far da paciere nella discussione tra Ruspandini, assessore provinciale al turismo, e D’Annibale, assessore comunale alla cultura, attori a loro volta, durante l’estate di una diatriba senza esclusioni di colpi su chi fa la cultura a Ceccano. E così, Ruspandini, punto sul vivo da D’Annibale che l’accusava di non aver portato nulla a Ceccano, in un anno di assessorato provinciale; costretto a dover ammettere che nei grandi eventi sponsorizzati dalla provincia per il 2010 – 2011 non ce n’è uno che riguardi Ceccano, ha sparato la sua bordata: due mostri sacri del teatro italiano, Carlo Croccolo ed Enzo garinei, con uno spumeggiante Testamento del Marchese del Grillo. E Ruspandini ha riempito la piazza: d’altronde, l’assessore provinciale al turismo ha capito che doveva muoversi in qualche modo, dopo l’amaro ingoiato per l’esclusione di Ceccano dal circuito delle sponsorizzazioni e così, all’ultimo momento, ha dirottato lo spettacolo di Croccolo e Garinei a Ceccano, dove invece, nel cartellone figurava “La signora in rosso… fisso” con Francesca Nunzi.

Una  sorta di prova di forza che ha racconto tanti consensi, con l’augurio che sia soltanto il primo episodio di una lunga serie di manifestazioni. E’ quello che ha detto Ruspandini, chiamato da Croccolo sul palco alla fine dello spettacolo: ha definito la serata il punto di svolta dell’attenzione della provincia per Ceccano. E su questo la sua analisi non fa una grinza: la città fabraterna è stata sempre negletta dalle programmazioni provinciali ben più attente ad altri centri, anche più piccoli. Ora Ruspandini ha promesso il cambiamento anche se l’esclusione di Ceccano dai grandi eventi provinciali non depone bene, ma vedremo. L’assessore è giovane ed entusiasta: con lui ci sono tanti ragazzi di Ceccano. E’ stato bravo a non riprendere la polemica dal palco, dopo aver cortesemente invitato anche D’Annibale, mentre il Sindaco Ciotoli aveva preferito assentarsi. E quindi: avanti, Ceccano ne ha bisogno, più delle diatribe e delle contestazioni.

Ceccano, ospedale ristrutturato e chiuso. Anagni, ospedale vecchio e aperto

22 agosto 2010 1 commento

Sono i misteri della politica frusinate: accade che a Ceccano ci sia un ospedale, grande, con ampi parcheggi, recentemente ristrutturato per quasi 10 milioni di euro dei soldi dei contribuenti. Ce ne è uno anche ad Anagni, veccvhio, scomodo, bisognoso di ristrutturazione. Ebbene, nel piano regionale, Ceccano si chiude mentre Anagni vive. E nessuno spiega il perché di una tale incongruenza a meno di non pensare che qualche politico anagnino conti di più dei ceccanesi…

Intanto registriamo un intervento di Stefano Gizzi, che, in un comunicato stampa, scrive:

Le argomentazioni in favore della struttura di Ceccano sono numerose e tutte assolutamente valide: una struttura storica con oltre cinquecento anni di storia e civiltà sanitaria, un bacino di utenza di circa ottantamila cittadini, una ubicazione al centro della provincia, facilmente raggiungibile dal casello autostradale, con una stazione ferroviaria nei pressi.

L’Ospedale Civile di Ceccano, fortemente ridimensionato e quasi morente a causa degli errori e della cattiva amministrazione delle sinistre negli ultimi trenta anni, merita da parte del centro destra regionale e provinciale un’attenzione di primo piano, con una coraggiosa inversione di tendenza.

Non è accettabile che il centro destra prosegua la demolizione della storia sanitaria di Ceccano e del suo ampio comprensorio, con Consiglieri Regionali intenti solo a difendere meschinamente gli ospedali della loro zona, senza un ampio sguardo su tutta la situazione sanitaria provinciale.

E’ ovvio che non sarà possibile avere ospedali fotocopia di altri, ma nello stesso tempo è dovere del centro destra provinciale individuare una proposta seria, coraggiosa e tecnicamente fattibile per utilizzare al meglio la splendida sede già ristrutturata di Ceccano.

Enjoy’a’t’v’: il ciccanenglish di Erie, Pennsylvania

22 agosto 2010 4 commenti

Enjoiat’v’, divertit’v’,  il ciccanenglish di Josephine Pizzuti racchiude in sé la storia di tre generazioni di italiani d’America. Costretti a lasciare l’Italia per sfuggire alla disperazione della mancanza di lavoro ed ora persone rispettate ed influenti della Pennsylvania, lo stato delle verdi foreste di William Penn, abitato ancor oggi dagli Amish, la popolazione anabattista che vive, senza automobili e corrente elettrica, come nel ‘700, quando lasciarono la Svizzera tedesca per sfuggire alle persecuzioni religiose.

Questa terra li ha accolti, apprezzando il duro lavoro che erano disposti a sopportare per salvare le famiglie dallo spettro della mancanza di cibo. Josephine, Giuseppa, lasciò l’Italia in una delle ultime ondate migratorie. Alla fine degli anni ’60, l’Italia si apprestava a vivere il suo boom economico ma a Ceccano gli effetti del miglioramento sostanziale delle condizioni di vita non si facevano ancora sentire.

Suo marito era partito l’anno precedente per Erie, il porto industriale sull’omonimo lago, dove nei decenni precedenti si erano trasferiti in tanti dalla Cardegna. C’erano molti parenti che avevano creato una specie di Little Italy, sulle sponde del lago che d’inverno ghiaccia completamente, con  le temperature  che normalmente raggiungono i 20-25 gradi sottozero, e  la pioggia ghiacciata sferza le strade mentre le onde del lago si cristallizzano in suggestive dune trasparenti.

Il marito, Nicola D’Annibale, era partito per Erie dopo anni di attesa: il fratello di quest’ultimo, Luigi, si trovava lì da anni, una bella casa, acqua calda, riscaldamento, frigorifero, televisione, automobile, cose da sognarsi alla Cardegna. Figli nati lì che andavano a scuola ed avevano un futuro assicurato davanti. E poi, raccontava Luigi, la Pennsylvania assomiglia alla Valle: un insieme di colline decrescenti verso il lago, tanti alberi, tanti prati verdi, tanta terra fertile, nonostante il clima. Altri due fratelli erano emigrati ma si erano fermati a New York e dopo qualche anno avevano preferito tornare alla Cardegna, non abituandosi ai ritmi infernali della big apple. al suo rumore incessante, alla fretta incredibile dei newyorkers.

Per Nicola, invece, sembrava non ci fosse posto negli States. Aveva  ormai 50 anni: era passata l’età dei facili entusiasmi e aveva già due figlie, una nata da poco. E poi c’era qualcosa di misterioso nelle chiamate dagli Stati Uniti, alcuni partivano, altri no. A Ceccano,  in modo un po’ misterioso e del tutto incomprensibile per dei poveri contadini (villani) della Cardegna, c’era chi governava permessi, biglietti, trasporti.. e chi partiva di solito non era uno che si intendesse di viaggi. Tutto stava nel fidarsi. Improvvisamente. Quando aveva già rinunciato all’idea, arrivò la chiamata anche per lui, per Nicola.

Che fare? discuteva con Giuseppina, partire tutti insieme o lasciare la famiglia 7000 chilometri distante? Nicola non ebbe esitazioni: parto da solo, disse a Giuseppa, per calmarne l’agitazione,  verifico la situazione, poi vedremo. Così dopo un anno, Nicola, che aveva lavorato duramente in una fabbrica di cemento per poi fare il muratore alla sera e nei week end mentre gli altri riposavano, finalmente scrive alla moglie: qui si può vivere, meglio che alla Cardegna, venite. Qui le case sono calde, ci sono le scuole per le ragazze; i figli di mio fratello e quelli degli altri ceccanesi si sono perfettamente integrati. Vanno anche all’università.  Se voi non verrete, conclude la lettera, tornerò a Ceccano anch’io.

Giuseppina è così costretta alla scelta della sua vita: lasciare il luogo natio, la Cardegna, dolce di clima, ma incapace di nutrire a sufficienza le famiglie che vi abitano, e andarsene “alla merica” con le due figlie, Giovanna e Nunziata, che ancora va scuola, ha iniziato la prima media, o invece rimanere nella valle e sperare che la mucca, la vacca anzi, non si ammali e tolga quel po’ di sostentamento che riesce a dare. Sono le figlie a fare la differenza: Nicola e Giuseppina non emigrano per migliorare il loro destino ma per il futuro delle figlie. Una scommessa che a Giuseppina, oggi, a 40 anni di distanza, sembra di aver vinto.

Giovanna e Nunziata D’Annibale, la seconda generazione negli Usa, sono due rispettabili ladies ad Erie. Hanno  belle case, con il giardino e il prato all’inglese,   tutte le comodità possibili nell’avanzata società americana, aria condizionata in ogni stanza, garage, laboratorio… più frigoriferi che persone. E le due abitazioni sorgono in posizioni che ricordano il dolce degradare della montagna verso la valle, il rio maggiore (gli foss’), gli alberi, tanta acqua a disposizione. Certo non ci sono le querce, al loro posto domina l’acero, ma i conigli se ne vanno liberi nei prati e Giovanna con il marito Dominic Cipriani, nato negli States ma ceccanese purosangue, ha realizzato  il suo orto come suo padre aveva già fatto nelle vecchie abitazioni di downtown. E pomodori, fagiolini, cipolle, cetrioli vengono su come alla Spina, mentre nelle lunghe e gelide giornate invernali si insaccano squisite salsicce ed uno straordinario capocollo per il quale Dominic si fa mandare la pelle apposta dall’Italia. E poi Dominic, da quando è retired, in pensione, è una vera kitchen machine, una macchina da cucina: pasta all’uovo, gnocchi, frittelle di natale anche se siamo in agosto. Ti sembra di stare alla Spina ma in realtà sei in Pennsylvania.

Certo, davanti alla loro bellissima casa, garrisce al vento la bandiera a stelle e strisce come in tante altre abitazioni di quest’area, ma appena varchi la soglia la forza della tradizione riprende il sopravvento. Il telefono li unisce a Ceccano: non hanno ancora sperimentato webcam e skype, ma lo faranno. E al telefono la lingua è il ceccanese cristallizzato al momento in cui lasciarono la Cardegna,  lingua madre e carissima, ricca di tante espressioni che oggi hanno abbandonato il dialetto contemporaneo e che si rischia di perdere definitivamente se non se ne preserva tradizione e ricchezza.

Nunzia, la sorella più giovane, ha una casa a Peak’n peek, su un campo da golf: ha scoperto di essere dotata per questo sport e ne è campionessa nella categoria ladies, come testimoniano le targhe orgogliosamente appese alla parete.  Ha una case anche in Florida, dove trascorre 7 mesi all’anno, quelli più freddi, per poi tornare ad Erie da maggio ad ottobre. Ha sposato un gentiluomo, Joe Dahlkemper, la cui personalità e le cui vicende meriterebbero un libro, come effettivamente ha scritto: nato un anno prima della grande depressione, Joe è il vero modello del self made man. Ha cominciato come paper boy, uno di quei ragazzi che alzandosi due ore prima degli altri, percorrono le strade della città per consegnare l’Erie New  Time. Aveva 108 clienti, un dollaro e 8 cent di guadagno al giorno per arrivare nel tempo a diversi milioni di dollari l’anno.

Ancora oggi, per le strade di Erie, si possono vedere ragazzini che vendono la limonata a mezzo dollaro al bicchiere, uno all’incrocio a fare il sandwich man e l’altro in una zona un po’ appartata,  dove il cliente possa ristorarsi un po’ dalla frenesia del traffico. Questo è lo spirito dell’America che ha affascinato Nicola e i suoi fratelli, l’apprezzamento assoluto del lavoro come dovere esistenziale.

Così Giovanna e Nancy, arrivate fanciulle in Pennsylvania,intimorite dalla neve e dalla diversità,  hanno studiato ben oltre le loro coetanee rimaste dalla Cardegna. Superando le iniziali difficoltà del linguaggio, utilizzando la tv come moltiplicatore lessicale, si sono integrate perfettamente ma hanno conservato la loro lingua madre, quel ceccanese che intriso di anglismi diventa il ciccanenglish. Un curioso ma sonoro ed affascinante modo di parlare che non inventa parole, come il brooklyno, ma utilizza i due lessici alternando forme grammaticali e sintattiche.

Ma torniamo a Giuseppina, combattuta dai consigli di amici e parenti, molti dei quali la scoraggiavano di lasciare “l’ sei”, anche se lei di suo non aveva in realtà niente, preoccupata da un mal di testa atroce che la tormentava fin dalla nascita della prima figlia. Letta e riletta la lettera del marito,  si decise: prese tutto quel poco che aveva, lo stivò nei bauli e insieme ad un gruppo nutrito di ceccanesi, in pullman, con relativo corteo di parenti per l’ultimo saluto al porto, si avviò per Napoli.

Strazianti furono le scene dell’imbarco ma altrettanto straziante fu la traversata, disturbata da un fortunale che durò oltre 5 giorni. Giuseppina non ha visto niente dell’Atlantico, non ha visto neppure la Statua della Libertà all’arrivo a New York. Nemmeno sapeva che ci fosse…

Impresse per sempre nella sua mente sono  le scene confuse dello sbarco, quella lingua che non capiva, quegli ambienti che sembravano respingerla naturalmente; e poi l’ansia di ritrovare i bagagli, il marito che li attendeva dopo i controlli doganali, i parenti che l’avrebbero aiutata in America. Perché la forza di questa donna era basata sulla certezza che i legami parentali della Cardegna ci sarebbero stati anche all’America.

E così fu: le peripezie del viaggio, la perdita dei bagagli, spediti a Fort Erie in Canada e non ad Erie in Pennsyvania (percé a Ceccano avevano detto che era stessa cosa) e recuperati alcuni mesi dopo, la scoperta di un panorama del tutto diverso, completamente ricoperto dalla neve, furono tutte dimenticate grazie all’accoglienza e alla collaborazione dei tanti cugini e parenti, alcuni dei quali nati lì, americani a pieno titolo d integrati nella laboriosa società sulle sponde dei Grandi Laghi.

Erie è uno dei tanti prodigi statunitensi: si trova sul più piccolo e meno profondo dei grandi laghi, in una situazione ideale per la costruzione di imbarcazioni, con il legno delle foreste a due passi, per la pesca ed il suo commercio,  la lavorazione del pesce pescato, legno, carbone,  Nel 1812 è un villaggio di 40 famiglie, quando, all’inizio della guerra contro gli Inglesi, la Marina Statunitense decide di costruirvi alcune navi per contrastare la superiorità britannica. Nasce in quell’anno e nel successivo 1813 il mito di Oliver Hazard Perry, il giovane comandante che trasformò alcune centinaia di pescatori ed agricoltori negli equipaggi delle imbarcazioni costruite ad Erie e subito lanciate contro la flotta britannica, ben più forte e soprattutto addestrata. Ma il coraggio e la determinazione di Perry, unita alla sopresa degli inglesi che mai si sarebbero aspettati una flotta pronta a sbarrare loro il passo sui Grandi Laghi, fecero sì che la flotta statunitesse battesse quella britannica, la prima sconfitta della Royal Navy, nella sua storia.  Perry riuscì a battere l’avversario e a trasmettere quel messaggio che si legge dappertutto ad Erie: intercettato il nemico, è nostro!

Ad Erie la tradizione cantieristica continua: vi si costruisce addirittura la Missouri, prima nave in metallo ad essere  impiegata in operazioni belliche. Così Erie ha bisogno di braccia di operai che sappiano il loro mestiere, di carpentieri e muratori. E  alla Cardegna sanno fare i muratori.

Così ad Erie c’è lavoro per tutti; la lingua grazie ai parenti non è una problema: un mese  dopo il suo arrivo la piccola Nunziata diventa Nancy e va a scuola di inglese mentre Giovanna, la più grande, viene accompagnata da una sua zia al lavoro. Le era bastato mettersi in lista e l’avevano subito chiamata e messa vicino ad una collega americana, ma di origini italiane. Così pian piano la paura di un mondo ignoto e diverso scompare e Giuseppina riprende la sua attività normale: esce per fare la spesa, impara subito le nuove misure americane, once, yarde, pounds, dollari, cents… i soldi…  la prima cosa da imparare, dice, ricordando quei giorni

Il lavoro:  era stato il dramma della sua vita matrimoniale con Nicola. Il fazzoletto di terra di proprietà alla Cardegna non era in grado di nutrirli, tanto meno di dare loro del reddito. Qui invece bastava lavorare sodo per riportare a casa un po’ di soldi. E così dopo un po’ di tempo passato in affitto ecco la possibilità di farsi una casa e che casa… rispetto ai pagliari della Cardegna.

In pochi anni la situazione era davvero cambiata. Certo rimanevano sempre nel cuore la Valle, la montagna, gli foss’, il desiderio di rivedere i tanti parenti che aveva lasciato…

E così Giuseppa, Josephine ormai, si è perfettamente inserita in un paese che ai visitatori mostra anzitutto le sue scuole, che sono migliori delle case dei suoi abitanti. e qui si misura un grado di civiltà che a Josephine e ai suoi è piaciuto subito. Certo Ceccano rimane nel cuore, rimane nella voce, rimane nel ciccanenglish, rimane nell’effige di S. Maria a fiume nel cimitero, rimane sicuramente nel cibo, da tutti invidiato, ma questa ormai è la loro patria invece di un’altra che non seppe offrire loro possibilità di inserimento sociale vero, attraverso il lavoro.

Ora la terza generazione è pienamente americana: fabbriche di componenti per elettronica, gioiellerie, avvocati, ingegneri… ma rimane sempre il senso di un’appartenenza culturale che non vogliono perdere ma hanno bisogno che qualcuno dia loro una mano a ché non si perda.

Ed ecco l’idea: puntare sulla quarta generazione… i nipoti di Giuseppa, i pronipoti anzi, che frequentano le scuole di Erie, uno scambio all’anno, 25 ragazzi italiani che vanno a scuola lì e 25 americani che vengono a scuola al Liceo… tutti ospitati in famiglia… e il legame è salvo.

Ci stiamo lavorando, da una parte e dall’altra dell’Atlantico…

Qui le altre foto di Erie

Erie

e quelle della Big Apple

New York

Amo perché amo, amo per amare

20 agosto 2010 1 commento

Dai «Discorsi sul Cantico dei Cantici» di san Bernardo, abate
(Disc. 83, 4-6; Opera omnia, ed. Cisterc. 2 [1958] 300-302)

L’amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. E’ se stesso merito e premio. L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di Sé. Il suo vantaggio sta nell’esistere. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l’amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente. Di là sempre prende alimento per continuare a scorrere. L’amore è il solo tra tutti i moti dell’anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari; l’unico con il quale possa contraccambiare il prossimo e, in questo caso, certo alla pari. Quando Dio ama, altro non desidera che essere amato. Non per altro ama, se non per essere amato, sapendo che coloro che l’ameranno si beeranno di questo stesso amore. L’amore dello Sposo, anzi lo Sposo-amore cerca soltanto il ricambio dell’amore e la fedeltà. Sia perciò lecito all’amata di riamare. Perché la sposa, e la sposa dell’Amore non dovrebbe amare? Perché non dovrebbe essere amato l’Amore?
Giustamente, rinunziando a tutti gli altri suoi affetti, attende tutta e solo all’Amore, ella che nel ricambiare l’amore mira a uguagliarlo. Si obietterà, però, che, anche se la sposa si sarà tutta trasformata nell’Amore, non potrà mai raggiungere il livello della fonte perenne dell’amore. E’ certo che non potranno mai essere equiparati l’amante e l’Amore, l’anima e il Verbo, la sposa e lo Sposo, il Creatore e la creatura. La sorgente, infatti, dà sempre molto più di quanto basti all’assetato.
Ma che importa tutto questo? Cesserà forse e svanirà del tutto il desiderio della sposa che attende il momento delle nozze, cesserà la brama di chi sospira, l’ardore di chi ama, la fiducia di chi pregusta, perché non è capace di correre alla pari con un gigante, gareggiare in dolcezza col miele, in mitezza con l’agnello, in candore con il giglio, in splendore con il sole, in carità con colui che è l’Amore? No certo. Sebbene infatti la creatura ami meno, perché è inferiore, se tuttavia ama con tutta se stessa, non le resta nulla da aggiungere. Nulla manca dove c’è tutto. Perciò per lei amare così è aver celebrato le nozze, poiché non può amare così ed essere poco amata. Il matrimonio completo e perfetto sta nel consenso dei due, a meno che uno dubiti che l’anima sia amata dal Verbo, e prima e di più.

Edith Stein, il coraggio di una donna, salvezza dell’Europa

9 agosto 2010 1 commento

9 AGOSTO SANTA TERESA BENEDETTA DELLA CROCE
VERGINE E MARTIRE
ebrea-convertita-filosofa-carmelitana-martire
Compatrona d’Europa
(1891-1942)
Festa

LETTURE: Os 2,16.17.21-22; Sal 44; Mt 25,1-13

La formazione intellettuale e la conversione

Edith Stein nasce a Breslavia, nella Slesia tedesca, il 12 ottobre 1891, undicesima figlia di una coppia di ebrei molto religiosa. Fin dall’infanzia Edith manifesta un’intelligenza vivace e brillante, che nell’adolescenza l’inclina a una visione razionalistica da cui deriverà il distacco dalla religione. Subito dopo gli esami di maturità, nel 1911, s’iscrive alla facoltà di Germanistica, Storia e Psicologia dell’università di Breslavia.
In questo periodo scopre la corrente fenomenologica di Edmund Husserl (1859-1938) e nel 1913 si trasferisce all’università di Gottinga per seguirne le lezioni. Fra i due possibili esiti della fenomenologia, quello idealista e quello realista, Husserl sceglierà la strada dell’idealismo, mentre Edith Stein — come afferma Papa Giovanni Paolo II nel motu proprio del 1° ottobre 1999, in cui la proclama compatrona d’Europa insieme a santa Brigida di Svezia (1303 ca.-1373) e a santa Caterina da Siena (1347-1380) —, […] avviatasi sulla strada della corrente fenomenologica, […] seppe cogliervi l’istanza di una realtà oggettiva che, lungi dal risolversi nel soggetto, ne precede e misura la conoscenza, e va dunque esaminata con un rigoroso sforzo di obbiettività”.
A Gottinga incontra il filosofo Max Scheler (1875-1928), convertito al cattolicesimo, e il filosofo del diritto Adolf Reinach (1883-1917), protestante, ed entra quindi in contatto con un mondo che ne scuote i pregiudizi razionalistici. Non si chiude a questi stimoli culturali ma, vera amante della sapienza, accetta la fatica della ricerca e del “pellegrinaggio” esistenziale, per cui è ricordata dallo stesso Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio, circa i rapporti tra fede e ragione, del 1998. Nel 1915 presta servizio come crocerossina volontaria all’ospedale di malattie infettive di Mahrisch-Weisskirchen, e nel 1916 discute la dissertazione di laurea su Il problema dell’empatia all’università di Friburgo in Brisgovia, dove ha seguito Husserl come assistente. Gli anni dal 1916 all’estate del 1921, momento della sua conversione al cattolicesimo, sono segnati dall’approfondirsi della crisi interiore. Il padre gesuita Erich Przywara (1889-1972) racconta che Edith gli confidò di aver trovato, quando ancora era atea, una copia degli esercizi di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) e di averne seguito le indicazioni da sola, uscendone, dopo i trenta giorni, decisa a convertirsi. Sarà però la lettura della Vita di santa Teresa d’Avila (1515-1582) a por fine alla sua ricerca, facendole compiere l’esperienza della verità a seguito della quale chiede il battesimo e la cresima, che riceverà nel 1922.

L’ingresso nell’ordine carmelitano
Nel motu proprio citato, Papa Giovanni Paolo II ricorda che “l’incontro col cristianesimo non la portò a ripudiare le sue radici ebraiche, ma piuttosto gliele fece riscoprire in pienezza. Questo tuttavia non le risparmiò l’incomprensione da parte dei suoi famigliari. Soprattutto le procurò un dolore indicibile il dissenso della madre. In realtà tutto il suo cammino di perfezione cristiana si svolse all’insegna non solo della solidarietà umana con il suo popolo d’origine, ma anche di una vera condivisione spirituale con la vocazione dei figli di Abramo, segnati dal mistero della chiamata e dei doni irrevocabili di Dio (cfr. Rm. 11, 29)”. Edith, dunque, si separa dalla cultura della sua famiglia solo per farla propria a un livello più profondo.
Dopo la conversione, segue l’invito di padre Przywara a occuparsi in modo sistematico della dottrina e dell’opera di san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274), di cui tradurrà in tedesco le Questioni sulla verità. L’incontro con i mistici l’orienta verso la vita contemplativa nell’ordine carmelitano; potrà tuttavia realizzare la propria vocazione solo nel 1933 quando, allontanata dall’insegnamento dall’introduzione delle leggi razziali di Norimberga, non sarà più trattenuta dal suo padre spirituale, dom Raphael Walzer O.S.B. (1886-1966), arciabate di Beuron, che aveva voluto mettesse a frutto, come docente, le sue grandi capacità intellettuali. L’incontro con san Tommaso l’induce al tentativo di applicare il metodo fenomenologico al tomismo: nel 1932 abbozza il grande studio Atto e potenza e lascia la scuola domenicana di Spira per dedicarsi agli studi filosofici e per insegnare all’Istituto Superiore di Pedagogia Scientifica di Münster. In quegli anni scrive, studia e svolge un’intensa attività di conferenziera su temi filosofici e pedagogici e, in modo particolare, sulla questione femminile, impegnandosi per la promozione umana, sociale e religiosa della donna. L’attività d’insegnante termina nel 1933, quando, il 14 ottobre, entra nel Carmelo di Koln-Lindenthal, dove, il Venerdì di Passione dello stesso anno, aveva intuito il suo destino: “Mi rivolsi al Redentore — si legge nella biografia scritta da Teresia Renata de Spiritu Sancto — e gli dissi che sapevo bene che era la sua croce che veniva posta in quel momento sulle spalle del popolo ebraico; la maggior parte di esso non lo comprendeva, ma quelli che avevano la grazia d’intenderlo, avrebbero dovuto accettarla con pienezza di volontà a nome di tutti. Mi sentivo pronta e domandavo soltanto al Signore che mi facesse vedere come dovevo farlo. Terminata l’Ora Santa ebbi l’intima certezza di essere stata esaudita, sebbene non sapessi ancora in cosa consistesse quella croce che mi veniva imposta”.

La persecuzione
Il 15 aprile 1934 Edith Stein veste l’abito carmelitano e ottiene di aggiungere al nome di battesimo di Teresa quello di Benedetta della Croce. In convento prosegue l’attività di studio, ampliando lo scritto d’abilitazione alla docenza, Atto e potenza, nel tentativo di unire il tomismo con la fenomenologia, e concludendolo nel 1936 con il titolo Essere finito ed essere eterno.
Il 14 marzo 1937 Papa Pio XI (1922-1939) pubblica l’enciclica Mit brennender Sorge, sulla situazione della Chiesa cattolica nel Reich germanico, in cui il nazionalsocialismo viene definito come dottrina neo-pagana che eleva la razza e lo Stato a norma suprema, sostituisce alla Provvidenza un fato impersonale e falsifica l’ordine voluto da Dio. Proibito in Germania, il documento, dopo la lettura datane nelle chiese il 21 marzo 1937, circola solo clandestinamente. Dopo le manifestazioni antisemitiche della notte fra l’8 e il 9 novembre 1938 — la Notte dei Cristalli —, Edith viene trasferita al Carmelo di Echt, in Olanda, paese neutrale, ed è raggiunta dalla sorella Rosa, pure convertitasi al cattolicesimo. La priora le affida la stesura di un’opera sulla vita e sull’insegnamento di san Giovanni della Croce (1542-1591), Scientia crucis. Studio su san Giovanni della Croce, incompiuta a causa dell’arresto e della deportazione.
Ancor prima dello scoppio della seconda guerra mondiale (1939-1945), suor Teresa Benedetta della Croce giudica senza esitazioni gli avvenimenti, e interviene in essi, seguendo la logica di Dio, quella della croce. In una lettera a madre Giovanna van Weersth, del Carmelo di Beek, in Olanda, scrive: […] prima è venuto dall’oriente il Bolscevismo, con la lotta contro Dio, poi il Nazionalsocialismo, con la lotta contro la Chiesa. Ma né l’uno né l’altro vincerà. Vincerà alla fine Cristo”. Alla sua priora, nel marzo del 1939, chiede di poter offrire la propria vita per la pace: “Cara madre, […] mi permetta di offrirmi […] in sacrificio di espiazione per la vera pace: perché il regno dell’anticristo sprofondi, se possibile senza un nuovo conflitto mondiale, e che un nuovo ordine s’impianti”.

Il martirio
Il 10 maggio 1940 l’esercito tedesco invade il Lussemburgo, il Belgio e l’Olanda. Le Chiese cristiane olandesi, quando iniziano in Olanda le carcerazioni e le deportazioni di cittadini ebrei, chiedono con insistenza alle autorità tedesche di recedere da tali azioni. L’11 luglio 1942 l’episcopato olandese inoltra un telegramma di protesta contro la persecuzione degli ebrei; il commissario generale per gli affari con le Chiese risponde comunicando che gli ebrei battezzati prima del 1° gennaio 1941 dovevano essere esclusi dalle deportazioni. In Olanda vivevano più di 100.000 ebrei e di questi solo una minoranza, circa 700, era costituita da ebrei cattolici; peraltro, nessuna delle comunità cristiane aveva richiesto tale eccezione, come scrive la carmelitana Maria Amata Neyer, commentando il manoscritto della santa Come giunsi al Carmelo di Colonia: […] per le Chiese si trattava […] di una questione che riguardava tutti, non solo gli ebrei battezzati. Per questo decisero di far leggere, nella domenica del 26 luglio 1942, una lettera pastorale nella quale doveva essere resa pubblica la posizione delle Chiese”. Ma le autorità tedesche intercettano la lettera pastorale, a cui è allegato il testo del telegramma dell’11 luglio, e fanno pressione perché non sia letta dal pulpito; le comunità evangeliche, nonostante alcune perplessità, accettano, invece i vescovi cattolici non ritengono di poter fare altrettanto. In seguito alla lettura della lettera pastorale e del telegramma viene revocato lo stato di libertà degli ebrei cattolici ed emanato l’ordine di cattura nei loro confronti. Alle cinque pomeridiane del 2 agosto 1942, Edith Stein viene prelevata insieme alla sorella Rosa dal convento, e una testimone la sente dire alla sorella: “Vieni, andiamo per il nostro popolo”.
Quel giorno vengono arrestati e deportati 244 ebrei cattolici, come atto di rappresaglia contro l’episcopato olandese. Le sorelle Stein sono condotte all’ufficio distrettuale di Maastricht e di lì al campo di transito di Amersfoort; il 4 agosto vengono prelevate, con altri 95 prigionieri, e trasferite a Westerbork; il 7 agosto sono assegnate a un trasporto in partenza quel giorno stesso per Auschwitz-Birkenau, che giunge a destinazione due giorni dopo. Non è stato possibile stabilire con certezza il momento della morte di Edith dopo l’arrivo ad Auschwitz, ma è probabile che sia stata subito destinata alla camera a gas. In ogni caso l’aspetto esemplare della vicenda di Edith Stein sta nell’eroica adesione a una vocazione maturata negli anni che seguono la conversione: far propria la sofferenza del suo popolo d’origine, introducendola nel sacrificio di Cristo attraverso l’offerta della sua stessa vita. Tale adesione non viene meno nel momento in cui diventa vittima della violenza, com’è testimoniato dal messaggio che riesce a inviare dal campo di raccolta di Westerbork alla priora di Echt: “Sono contenta di tutto. Una Scientia crucis si può acquistare solo se la Croce si sente pesare in tutta la sua gravezza. Di questo sono stata convinta fin dal primo momento, e ho detto di cuore: “Ave crux, spes unica””. A ragione dunque Papa Giovanni Paolo II, proclamando la santità di Edith Stein, l’11 ottobre 1998, ne ha fatto memoria come di una “eminente figlia d’Israele e fedele figlia della Chiesa”. In occasione della sua elevazione a compatrona d’Europa il Papa ricorda: “La sua immagine di santità resta per sempre legata al dramma della sua morte violenta”: “Dichiarare oggi Edith Stein compatrona d’Europa significa porre sull’orizzonte del vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza”, […] ma è necessario far leva […] sui valori autentici, che hanno il loro fondamento nella legge morale universale, inscritta nel cuore di ogni uomo. Un’Europa che scambiasse il valore della tolleranza e del rispetto universale con l’indifferentismo etico e lo scetticismo sui valori irrinunciabili, si aprirebbe alle più rischiose avventure e vedrebbe prima o poi riapparire sotto nuove forme gli spettri più paurosi della sua storia”.
Commento di Laura Boccenti Invernizzi www.alleanzacattolica.org

“Ave Crux, Spes unica”

Dagli scritti spirituali di Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein, Vita, Dottrina, Testi inediti. Roma, pp. 127-130.)
«Ti salutiamo, Croce santa, nostra unica speranza!» Così la Chiesa ci fa dire nel tempo di passione dedicato alla contemplazione delle amare sofferenze di Nostro Signore Gesù Cristo.
Il mondo è in fiamme: la lotta tra Cristo e anticristo si è accanita apertamente, perciò se ti decidi per Cristo può esserti chiesto anche il sacrificio della vita.
Contempla il Signore che pende davanti a te sul legno, perché è stato obbediente fino alla morte di Croce. Egli venne nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre. Se vuoi essere la sposa del Crocifisso devi rinunciare totalmente alla tua volontà e non avere altra aspirazione che quella di adempiere la volontà di Dio.
Di fronte a te il Redentore pende dalla Croce spogliato e nudo, perché ha scelto la povertà. Chi vuole seguirlo deve rinunciare ad ogni possesso terreno. Stai davanti al Signore che pende dalla Croce con il cuore squarciato: Egli ha versato il sangue del suo Cuore per guadagnare il tuo cuore. Per poterlo seguire in santa castità, il tuo cuore dev’essere libero da ogni aspirazione terrena; Gesù Crocifisso dev’essere l’oggetto di ogni tua brama, di ogni tuo desiderio, di ogni tuo pensiero.
Il mondo è in fiamme: l’incendio potrebbe appiccarsi anche alla nostra casa, ma al di sopra di tutte le fiamme si erge la Croce che non può essere bruciata. La Croce è la via che dalla terra conduce al cielo. Chi l’abbraccia con fede, amore. speranza viene portato in alto, fino al seno della Trinità.
Il mondo è in fiamme: desideri spegnerle? Contempla la Croce: dal Cuore aperto sgorga il sangue del Redentore, sangue capace di spegnere anche le fiamme dell’inferno. Attraverso la fedele osservanza dei voti rendi il tuo cuore libero e aperto; allora si potranno riversare in esso i flutti dell’amore divino, sì da farlo traboccare e renderlo fecondo fino ai confini della terra.
Attraverso la potenza della Croce puoi essere presente su tutti i luoghi del dolore, dovunque ti porta la tua compassionevole carità, quella carità che attingi dal Cuore divino e che ti rende capace di spargere ovunque il suo preziosissimo sangue per lenire, salvare, redimere.
Gli occhi del Crocifisso ti fissano interrogandoti, interpellandoti. Vuoi stringere di nuovo con ogni serietà l’alleanza con Lui? Quale sarà la tua risposta? “Signore, dove andare? Tu solo hai parole di vita”.
Ave Crux, spes unica!

Il Coro Josquin Des Pres al Gran Galà di Casamari

3 agosto 2010 1 commento

Serata di gala per il Concentus Musicus Fabraternus Josquin DesPres al Festival di Casamari. La formazione musicale guidata da Mauro Gizzi sarà di scena al Festival Lirico domenica 8 agosto, per la serata di gala che prevede un programma di romanze e cori del melodramma italiano. Un ulteriore riconoscimento dunque per il Concentus che ha sede a Ceccano ma accoglie musicisti provenienti da tutta la provincia. Il Concentus ha presentato quest’anno il Requiem di Mozart in 8 concerti, tra cui quello dell’Ara Coeli nell’anniversario del terremoto dell’Aquila e quello nella Chiesa di S. Pio a S. Giovanni Rotondo, e lo Stabat Mater di Rossini ad Avignone, su invito della Municipalità provenzale. Nella serata di gala  il Concentus Musicus Fabraternus Josquin Des Pres, con la direzione di Mauro Gizzi, presenterà brani tratti da Nabucco, Norma, La forza del destino, Trovatore, Rigoletto, Cavalleria Rusticana, Carmen

Mille e più incantesimi

Claudio Baglioni: Poesia in musica

Insegnanti 2.0

Insegnare nell'era digitale

seiletteresulpolso

«Passerò come una nuvola sulle onde.» Virginia Woolf

Centri Informagiovani Ciociaria

Una risorsa per i giovani. Un riferimento per i territori

Seidicente

Possiedo sogni e ragione

Cesidio Vano Blog

“L'insuccesso mi ha dato alla testa!”

Bibliostoria

Novità in biblioteca, eventi e risorse web interessanti per la storia

virgoletteblog

non solo notizie in co-blogging

polypinasadventure

If you can take it, you can make it!

Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

Università degli Studi Roma Tre

RomaCassino Express

Associazione pendolari Roma-Cassino

Dott.ssa Ilaria Rizzo

PSICOLOGA - PSICOTERAPEUTA

Jonathan Wylie: Instructional Technology Consultant

Edtech Tools & Strategies for Teachers

Classe Digitale

Lezioni Collaborative nella Scuola 2.0 - Web Spazio di approfondimento della Classe 3A

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: