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Il coraggio della normalità
Qualche giorno fa c’è stato un incontro in una scuola, autorevole il relatore intervenuto, uno di quelli che per fare il proprio dovere di cittadino, di persona impegnata a rispettare il proprio territorio, etica e legalità, da molti anni è costretto a spostarsi sotto scorta, a vivere nello stretto, a pensare e agire con i polmoni in debito di ossigeno. Non è mai semplice raccontarsi per chi è obbligato a camminare nascosto agli occhi, costantemente all’erta, parossismo di una vita interamente sopravvissuta, nella consapevolezza di fare la cosa giusta, quella che non disprezza il valore della propria dignità.
Ci sono parole che si pronunciano per fare colpo, ma l’uomo seduto alla cattedra non ha simpatie per le ripetizioni ermetiche che fanno scalpore, traccia la propria storia, il vissuto per quello che è, senza bisogno di rivendere niente di quanto è stato, piuttosto è pratica quotidiana per arginare il malcostume, l’illegalità diffusa, che si espande a causa di un fertilizzante velenoso che sta a indifferenza. Quest’uomo non è un eroe, o forse sì: quando definiamo una persona con questo sostantivo, il più delle volte lo facciamo perché qualcuno è morto con la sola colpa di avere dato il meglio di sé.
Non è il caso di chiedere a alcuno di fare l’eroe, invece è un dovere ascoltare quel che può accadere a essere semplicemente un cittadino onesto, che fa del proprio diritto-dovere di cittadinanza, una responsabilità ulteriore per se stesso e per quanti sono in ginocchio, peggio, alla finestra ad aspettare un treno che non arriverà mai. Continua a leggere…
Sindone, mistero e significato della nostra morte
L’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che
è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.
E tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento “fotografico”, dotato di un “positivo” e di un “negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini.
Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo: “Passio Christi. Passio hominis”. E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale. Continua a leggere…
Genere e gender… un occhiolino all’inutile ingombro
Benedetta Verrini per http://www.famigliacristiana.it intervista lo psicanalista Uberto Zuccardi Merli, direttore scientifico del centro Gianburrasca, sulla teoria del gender
«Le ragioni di questo nuovo orientamento educativo sono in qualche modo comprensibili, ma si tratta di una deriva che non può essere accolta positivamente», spiega a Famiglia Cristiana Uberto Zuccardi Merli, psicoanalista, socio fondatore, insieme a Massimo Recalcati, di Jonas Onlus e direttore scientifico del centro Gianburrasca, realtà che a Milano si occupa del trattamento dell’ansia, dell’iperattività e dell’insuccesso scolastico nei bambini e nei giovani adolescenti.
Continua qui http://www.famigliacristiana.it/famiglia/news/articolo/quando-il-genere-diventa-ingombrante.aspx
Indignarsi per il bene comune

di Gabriele Salari per www.famigliacristiana.it
Ci sono libri che sono necessari e urgenti. Salvatore Settis, vulcanico archeologo settantunenne, che ha diretto il Getty Research Institute di Los Angeles e la Normale di Pisa, ne ha scritti almeno tre, in nome del bene comune, a metà tra analisi storico giuridica, programma di governo e manifesto delle istanze della società civile. Dopo Italia Spa e Paesaggio Costituzione e Cemento, ecco così arrivare in libreria Azione Popolare (Einaudi), una chiamata alle armi in cui lo strumento da cui partire è la nostra cara Costituzione.
Nella Carta fondamentale che regola la nostra vita, infatti, ci sono già tutti i principi da cui ripartire oggi. Pur se largamente disapplicata, rimane infatti un testo attualissimo per orientare le nostre scelte. Settis ricorda il “diritto di resistenza”, che secondo Giuseppe Dossetti doveva entrare nella Costituzione (intervento alla Costituente, 21 novembre 1946). Le parole di quell’articolo mancato vanno rilette e meditate come un alto ed efficace manifesto della dignità del cittadino davanti al degrado delle istituzioni: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino».
Continua a leggere qui http://www.famigliacristiana.it/costume-e-societa/cultura/letto/articolo/settis.aspx

Il papa su twitter
di Fabrizio Anselmi
“Il Papa sta per aprire il suo account ufficiale su #Twitter. I tweets non saranno inviati da lui ma riceveranno l´approvazione”. E´ con questo tweet (ovviamente..) che il gesuita padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, ha annunciato nel mese di febbraio, riprendendo una precedente affermazione di Mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, l´imminente apertura da parte di Benedetto XVI di un proprio account personale su twitter. E martedì è giunta dalla Sala Stampa della Santa Sede la conferma che sarà il 3 dicembre il giorno in cui twitter potrà annoverare, tra i suoi circa cinquecento milioni di utenti, anche Benedetto XVI.
Il Papa e internet
Nonostante i suoi 85 anni e il fatto che non usi il computer (ogni suo libro viene scritto a mano e poi tradotto dalla sua collaboratrice Ingrid Stampa), Benedetto XVI ha dato, sin dall´inizio del proprio pontificato, un grande impulso alla presenza della Chiesa e della Santa Sede su Internet. Oltre ad avere chiara l´importanza della rete al giorno d´oggi ed i pericoli ad essa connessi, come ben evidenziato all´interno del messaggio pronunciato in occasione del lancio della Giornata Mondiale della Gioventù in programma a luglio a Rio de Janeiro, il Santo Padre è già stato “protagonista” attivo sui social media. Nel giugno 2011, infatti, Benedetto XVI ha lanciato il portale del Vaticano News.va tramite un tweet partito da un I-pad mentre, in occasione della preparazione della Pasqua 2012, il Santo Padre ha inviato, coadiuvato dai suoi collaboratori, un tweet al giorno per il periodo di Quaresima dall´account @Pope2you, sito dedicato ai giovani
Continua a leggere qui http://www.formiche.net/dettaglio.asp?id=33203&id_sezione=93
Dio e il male
di Gilberto Borghi per www.vinonuovo.it
In tutte le scuole che si rispettino c’è sempre una sezione migliore e una peggiore. Una in cui, se hai la fortuna di capitarci, hai più stimoli, meno confusione in classe, più sostegno degli insegnanti. E un’altra invece in cui la sorte sembra accanirsi contro ogni desiderio di studio degli studenti. Anche se è troppo presto per dirlo, quest’anno sembra che le cose siano rovesciate. La prima della sezione tradizionalmente peggiore è migliore dell’altra. (Facciamo tutti gli scongiuri e tocchiamo tutto quello che va toccato…).
Oltre che dai miei colleghi in consiglio di classe, la conferma mi è arrivata sul “campo”. Mentre si lavora sull’aldilà le domande arrivano a cascata. E si concentrano soprattutto sul senso dell’inferno. “Ma prof. mica è giusto però che Dio mantenga in vita i cattivi; sarebbe meglio se i buoni vivono felici e i cattivi non vivono proprio per niente”. Alessia si è dichiarata atea, a favore dell’idea che di là non c’è nulla. E ora trova tutte le apparenti contraddizioni per dirsi che la prospettiva cristiana non è coerente. “Beh, delle volte – ribatte Loris – io penso che invece sia giusto così, che Dio punisca i cattivi. Qua hanno fatto quello che gli pareva, fregandosene del male che facevano alle persone e di là è giusto che paghino!”
“Ma ti sembra che se Dio è buono possa punire i cattivi? – dichiara Giulia, che già alla seconda lezione sembra decisa ad affermare la sua fede”. “Ecco appunto, prof. – riprende Alessia – se Dio fosse buono come dice la Chiesa perchè dovrebbe punire i cattivi?”. “Ma non credo che Dio li punisca – provo a dire io – è una scelta che fanno loro di mettersi contro Dio. Essere cattivi è questo in fondo, mettersi contro Dio. Credo che Dio ami anche i cattivi, ma sono loro che non vogliono farsi amare da Dio”. “Beh allora – prosegue Alessia – se Dio è buono non è giusto, perchè se uno ha rubato e ucciso mica sarebbe giusto che continui a vivere. Dovrebbe semplicemente scomparire! E invece Dio li mantiene in vita. Come mai?”.
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Venga il tuo regno
Il regno di Dio, secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui o eccolo là; il regno di Dio è in mezzo a noi (cfr. Lc 16, 21), poiché assai vicina è la sua parola sulla nostra bocca e sul nostro cuore (cfr. Rm 10,8). Perciò, senza dubbio, colui che prega che venga il regno di Dio, prega in realtà che si sviluppi, produca i suoi frutti e giunga al suo compimento quel regno di Dio che egli ha in sé. Dio regna nell’anima dei santi ed essi obbediscono alle leggi spirituali di Dio che in lui abita. Così l’anima del santo diventa proprio come una città ben governata. Nell’anima dei giusti è presente il Padre e col Padre anche Cristo, secondo quell’affermazione: «Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23).
Ma questo regno di Dio, che è in noi, col nostro instancabile procedere giungerà al suo compimento, quando si avvererà ciò che afferma l’Apostolo del Cristo. Quando cioè egli, dopo aver sottomesso tutti i suoi nemici, consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15, 24.28). Perciò preghiamo senza stancarci. Facciamolo con una disposizione interiore sublimata e come divinizzata dalla presenza del Verbo. Diciamo al nostro Padre che è in cielo: «Sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno» (Mt 6, 9-10). Ricordiamo che il regno di Dio non può accordarsi con il regno del peccato, come non vi è rapporto tra la giustizia e l’iniquità né unione tra la luce e le tenebre né intesa tra Cristo e Beliar (cfr. 2Cor 6, 14-15).
Se vogliamo quindi che Dio regni in noi, in nessun modo «regni il peccato nel nostro corpo mortale» (Rm 6, 12). Mortifichiamo le nostre «membra che appartengono alla terra» (Col 3, 5). Facciamo frutti nello Spirito, perché Dio possa dimorare in noi come in un paradiso spirituale. Regni in noi solo Dio Padre col suo Cristo. Sia in noi Cristo assiso alla destra di quella potenza spirituale che pure noi desideriamo ricevere. Rimanga finché tutti i suoi nemici, che si trovano in noi, diventino «sgabello dei suoi piedi» (Sal 98,5), e così sia allontanato da noi ogni loro dominio, potere ed influsso. Tutto ciò può avvenire in ognuno di noi. Allora, alla fine, «ultima nemica sarà distrutta la morte» (1 Cor 15, 26). Allora Cristo potrà dire anche dentro di noi: «Dov’è o morte il tuo pungiglione? Dov’è o morte la tua vittoria?» (Os 13, 14; 1 Cor 15, 55). Fin d’ora perciò il nostro «corpo corruttibile» si rivesta di santità e di «incorruttibilità; e ciò che è mortale cacci via la morte, si ricopra dell’immortalità» del Padre (1 Cor 15, 54). così regnando Dio in noi, possiamo già godere dei beni della rigenerazione e della risurrezione.
Dall’opuscolo «La preghiera» di Origène, sacerdote
(Cap. 25; PG 11, 495-499)
La domanda che vola
Come educare i bambini alla morte e al lutto? Un nuovo libro di uno specialista in psicologia medica prova a esplorare strade nuove
«La domanda che vola»: si intitola così un breve saggio appena pubblicato dall’editrice EdB in cui Francesco Campione, medico e fondatore dell’Istituto di Tanatologia e Medicina psicologica, affronta il tema delicato del rapporto tra i bambini e la morte. La particolarità dell’approccio di Campione è il tentativo di andare oltre sia al discorso «favolistico» sia a quello «scientifico» sulla morte, per provare a tracciare una strada in cui le domande sulla morte diventano anche nel bambino occasioni per incontrare il mistero della vita. Dal volume anticipiamo qui sotto un brano del primo capitolo.
«Chi insegnerà agli uomini a morire, insegnerà loro a vivere»: questo aforisma di Montaigne afferma che è difficile imparare a vivere senza aver trovato qualche soluzione al problema della morte, cioè senza che qualcuno ci abbia insegnato a morire. La tesi è convincente. Basta considerare quale vita sono costretti a fare coloro che sono dominati dai sentimenti che può provocare negli esseri umani la coscienza di essere mortali, cioè, fondamentalmente, la paura, l’angoscia e il desiderio della morte.
Chi ha tanta paura di morire tenderà ad aver «paura di tutto» – perché si può rischiare di morire anche inciampando su un gradino di casa -, o a sviluppare qualche paura «preventiva» (fobia), che consiste nell’evitare ciò che fa pensare al rischio di morire, come la fobia dell’aereo, dei luoghi affollati, del buio o della morte stessa.
Chi teme che il nulla ci attenda dopo la morte, cioè chi pensa che si viva una volta sola e soffre di quella particolare sofferenza che i filosofi (come Heidegger) hanno chiamato «angoscia di morte», dovrà impegnarsi nella sempre incerta ricerca dell’eternità e dell’infinito, se vuole annullare il nulla dopo la morte, o dovrà trovare il coraggio di vivere come se ogni istante fosse l’ultimo, se vuole fare l’eroe di fronte al nulla.
Chi desidera la morte ogni volta che non riesce a sopportare la vita avrà una vita precaria e la disprezzerà ogni volta che soffre troppo.
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Tu non morirai mai
- di Michelangelo Nasca
- “Morire è tremendo, ma l’idea di dover morire senza aver vissuto è insopportabile” (Erich Fromm).
“Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece paura che possa non cominciare mai davvero” (John Henry Newman).
Due brevi citazioni in occasione della commemorazione liturgica che la Chiesa dedica ai nostri defunti. La prima è del celebre psicoanalista tedesco Erich Fromm nato a Francoforte nel 1900, la seconda citazione appartiene al cardinale John Henry Newman che nel 1845 lasciò l’anglicanesimo per abbracciare il cattolicesimo. Due citazioni che partono da considerazioni diverse ma che giungono infine ad analoghe conclusioni. Per Fromm “morire è tremendo”, mentre Newman esorta a “non aver paura che la vita possa finire”. Ma il problema non è tanto questo, quanto il pericoloso rischio che una vita possa trascorrere senza essere stata mai veramente vissuta… sarebbe – ricorda fromm – “insopportabile”!
Bisogna mettersi in gioco, osare un po’ di più… in ogni circostanza che la vita ci offre. C’è chi permette a se stesso di invecchiare prematuramente e lascia al tedioso “non senso” il compito di indebolire ogni frammento dell’esistenza. L’uomo è fatto per vivere, anche dopo la morte.
Il grande desiderio di vedere Dio che Teresa d’Avila nutriva nel proprio cuore le faceva esclamare: “Oh, vita lunga! vita amara! vita che non si vive! Oh, desolata solitudine che non ha rimedio! Quando, dunque, Signore? Quando? quando?…”
Teresa d’Avila non è più capace di vivere lontana da Dio. Essa, completamente divorata dall’amore divino, arriva persino a considerare la vita di quaggiù morte e la morte vita e così, desiderando il Cielo, dirà: “Muero porque no muero”. Continua a leggere…
Vangelo e nuovi media, audacia e saggezza
p. Antonio Spadaro, sj, ci fa conoscere un interessante intervento al Sinodo, del vescovo Claudio Maria Celli
La nuova evangelizzazione ci chiede di essere attenti alla “novità” del contesto culturale nel quale siamo chiamati ad annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo, ma anche alla “novità” dei metodi che dovremmo utilizzare. I Nuovi Media sono rilevanti per entrambi i compiti, poiché stanno cambiando radicalmente la cultura nella quale viviamo e allo stesso tempo offrono nuovi percorsi per condividere il messaggio del Vangelo.
Stiamo vivendo un momento di profondi cambiamenti nella comunicazione. Sono perfettamente evidenti a livello tecnico, ma quelli nella cultura della comunicazione sono ancora più significativi. Le nuove tecnologie non hanno semplicemente cambiato il nostro modo di comunicare, ma hanno trasformato la comunicazione stessa. Le nuove tecnologie e i nuovi media stanno creando una nuova infrastruttura culturale che sta già influendo sul paesaggio e l’ambiente della comunicazione. Questa nuova cultura sta cambiando la vita delle persone e i loro modi di comunicare. Non possiamo semplicemente fare quello che abbiamo sempre fatto, pur con le nuove tecnologie.Ora, più che mai, abbiamo bisogno di quella “audacia e saggezza” di cui Papa Paolo VI parlava nell’Evangelii Nuntiandi.
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Il vangelo? Conviene!
di Lorenzo Fazzini per www.avvenire.it
Più del 40 per cento delle persone di tutto il mondo è costituito da cristiani e il loro numero cresce più rapidamente di quello di ogni altra religione». Non è cosa di tutti i giorni leggere una frase simile nell’ultima pagina di una monumentale storia del cristianesimo. Rodney Stark, sociologo della religione tra i massimi al mondo (una trentina i suoi libri, tradotti in 15 lingue), ha abituato i suoi lettori alle sorprese. Sentimento che si rinnova leggendo il suo nuovo lavoro, Il trionfo del cristianesimo (Lindau, pp. 656, euro 32). Dove, al di là dell’ingannevole titolo (ma non vi si trova alcun senso di trionfalismo), il sociologo della Baylor University (Texas), dove dirige l’Istituto per gli studi sulla religione, traccia la storia del cristianesimo dalle sue origini a oggi. Mostrando che fu (ed è) la «convenienza umana» della proposta del Vangelo a risultare «vincente», ieri e oggi, nei contesti più diversi. Se è vero che anche nella (un tempo) impenetrabile Cina, si sta mostrando permeabile al Vangelo: lo studioso yankee ha stimato, grazie a una ricerca sul campo condotta con moderni metodi di indagine, in ben 70 milioni i cristiani oggi nel Dragone rosso. Un numero pari ai membri del Partito comunista. In questa intervista Stark spazia tra il passato e il futuro della fede in Cristo. Sostenendo, fra l’altro, che «l’impegno del primo cristianesimo alla misericordia è stato tanto capace di mitigare la sofferenza al punto che i cristiani vivevano pure più a lungo dei loro fratelli pagani».
Insomma, secondo i suoi studi il cristianesimo “conviene”, anche biologicamente. Oltre a questo elemento, quali furono gli aspetti della nuova fede che attrassero i pagani?
«Ve ne furono diversi. Molti di essi derivano dal fatto che i cristiani formavano una comunità che supportava le persone con una certa forza. I cristiani si prendevano cura gli uni degli altri: si facevano carico di chi era ammalato, di quanti erano vecchi, di chi era in condizioni di povertà. Con il risultato che essi erano capaci di sopravvivere più lungo nei momenti difficili o comunque di vivere più a lungo dei loro vicini pagani».
Nel suo libro lei cita particolarmente il caso-donna…
«In particolare, le donne cristiane vivevano meglio delle loro pari grado pagane: ad esempio, si sposavano ad un’età più matura, i loro mariti erano più fedeli rispetto a quelli non cristiani, gli uomini non divorziavano e le mogli non dovevano far fronte ai pericoli di aborti, una pratica molto diffusa tra i pagani del tempo. Per questo, al di là di aspetti più prettamente spirituali, i cristiani conducevano una vita decisamente più attraente rispetto ai non cristiani». Continua a leggere…
Il viaggio della vita, le luci della speranza
“La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata” (Enciclica Spe salvi, 49).
Ti affidiamo, Signore, gli affetti della nostra vita, le relazioni che non tolleriamo spezzate per sempre, quanti ci hanno nutrito con il loro amore e anche quanti sono stati per molti motivi causa di (reciproca) sofferenza. Ma soprattutto siamo noi ad affidarci alla preghiera di quanti già contemplano il tuo volto, perché sostengano il nostro cammino verso la Speranza.
don Mario Aversano
I santi
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli
Ama l’eccesso
di don Mario Aversano
Federico Faggin e l’anima
di Antonio Spadaro, sj
Riprendo qui un articolo-intervista di Carlo Dignola apparso su Avvenire del 9 ottobre 2012 e dedicato a Federico Faggin, al quale si devono le basi dell’informatica di massa e che oggi indaga sul mistero che rende l’uomo così diverso dal computer.
A chi fosse interessato alla sua figura consiglio il volume di Angelo Gallippi, Federico Faggin. Il padre del microprocessore, Milano, Tecniche Nuove, 2011.
Sul chip «4004» prodotto dalla Intel nel 1971 sta scritto «F.F.»: sono le iniziali di Federico Faggin. Gli esperti lo considerano il primo vero microprocessore, lo chiamano «the miracle chip» perché aprì la strada all’informatica di massa come la conosciamo oggi: fu la «creta» modellata dalle mani di ragazzi come Bill Gates. Perito elettronico e fisico vicentino, cresciuto in Olivetti, Faggin nel 1968 è stato un precoce «cervello in fuga» nella Silicon Valley, dove vive da 45 anni. Alla fine degli anni ’70 litigò con Intel e si mise in proprio creando la mitica Zilog di Cupertino, un piccolo regno di idee avanzate per l’informatica, anche molto redditizio. Con il suo gruppo ha inventato cose come il touchpad, che oggi equipaggia tutti i notebook e netbook, ed è stato tra gli sviluppatori del touchscreen. Negli anni ’80 studiava un telefono intelligente da connettere al personal computer (oggi abbiamo Skype), i primi sistemi di posta elettronica, l’interazione voce-dati a distanza (sta arrivando Siri in italiano), sensori per la fotografia digitale (con la sua Foveon). Stufo della supertecnologia, Faggin ha fondato la «Federico and Elvia Faggin Foundation» per lo studio della consapevolezza.Arrivato a 70 anni ha deciso di dedicare le sue energie a cercare di far luce su cosa sia la coscienza, non con i metodi di Platone, ma con quelli di Einstein, Turing, Popper & C. In questi giorni il grande tecnologo dell’informazione è a BergamoScienza, manifestazione che si tiene fino al 21 ottobre e che domenica accoglierà James D. Watson, lo scopritore (con Crick) del Dna.
Professor Faggin, lei ha lavorato prima sul microprocessore, il cuore del pc, poi su touchpad e touchscreen…
«Il cuore e la pelle, sì».
Ora si occupa della sua «anima».
«Di consapevolezza. Verso la metà degli anni ’80 mi ero interessato alle reti neuronali, si cominciava a capire qualcosa di come funziona il cervello umano e su quella base mi sono buttato in questa nuova direzione per cercare di realizzare un nuovo componente informatico di tipo “cognitivo”: l’idea era quella di costruire un computer che impara da solo e quindi potrebbe evolvere come un sistema vivente. Quello che conosciamo oggi non impara niente, è una macchina che, semplicemente, fa perfettamente e molto velocemente ciò che gli si dice di fare».
L’uomo è un’altra cosa.
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I giovani e il mistero della morte
di Alessandro D’Avenia
Per sentire il polso di una civiltà bisogna tastare come affronta la morte e prova a redimersene.
I Greci antichi provarono a spezzare il pungiglione alla morte trasformando la vita di un uomo in ricordo: la sua tomba o il suo essere narrato.
Aristocraticamente la morte era sopportabile e vinta solo per pochi eletti, quelli capaci di morire eroicamente e meritarsi una pietra più dura della pietrificazione della morte. L’alternativa era entrare nell’oblio assoluto. Non essendoci nulla di buono dopo la morte, l’unica forma di vita-dopo-morte era essere posti a fondamento della società, diventandone mito. Ma lo stesso Achille morto si dichiarerà sconfitto nel faccia a faccia con Ulisse in visita nell’aldilà: preferirebbe essere l’ultimo dei servi da vivo che il primo nel regno delle ombre. Lui che nel poema della consacrazione eroica, aveva scelto in dono dagli dei una vita breve ma gloriosa, piuttosto che lunga ma nascosta. Anche il mito vacilla sul ponte che unisce aldiqua e aldilà. Iliade e Odisseasono costruite sul ricordo di pochi grandi, che però sottovoce ammettono il fallimento, almeno per il morto stesso, di quella soluzione nobile e aristocratica.
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Vergognarsi? No, dichiararsi imperfetti!
di don Mario Aversano
“Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto” (Lc 11,37-41)
Ripetitivi, patetici e inconcludenti tutti i tentativi di apparire migliori di quello che siamo.
Ridicoli…da compiangere!
Eppure dissodarci in profondità continua a spaventarci.
Com’è liberante dichiararsi imperfetti!
Che larghezza di cuore quando apprezziamo il bello degli altri!
Se fingiamo di fronte a chi ci vive accanto non è per il giudizio degli altri,
ma per il giudizio che ci infliggiamo.
Abìtuati
1) Abituati al risparmio, a non sprecare; non per l’accumulo, ma per dare a chi non ha.
2) Abituati al necessario, impara a saperti accontentare.
3) Abituati all’ospitalità.
4) Abituati a visitare persone ammalate o sole e ricordati di lasciare qualcosa di tuo: un regalino.
5) Abituati a non buttare via roba ancora buona. Nel tuo armadio forse non hai più spazio, eppure hai già pensato di comperare qualcosa di nuovo.
6) Abituati a fare nuove amicizie.
7) Abituati a pensare a quello che si dice e che si fa, non è tutto oro colato.
8) Abituati al lavoro manuale. Le chiacchiere stancano, bisogna rimboccarsi le maniche.
9) Abituati ad avere bisogno degli altri.
10) Abituati a non disprezzare nessuno, soprattutto se non ha.
Il prezzo della sapienza
Pregai e mi fu elargita la prudenza,
implorai e venne in me lo spirito di sapienza.
La preferii a scettri e a troni,
stimai un nulla la ricchezza al suo confronto,
non la paragonai neppure a una gemma inestimabile,
perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia
e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento.
L’ho amata più della salute e della bellezza,
ho preferito avere lei piuttosto che la luce,
perché lo splendore che viene da lei non tramonta.
Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni;
nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.
Sap 7,7-11
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un
tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».
Mc 10, 17-30









